Interviste

Roberto Gatto: la passione di fare jazz

IMG_6514Chet Baker e Luca Flores. Due mostri del jazz con i quali tu hai suonato. Raccontaci un po’ di loro
Chet è stato uno degli incontri più importanti della storia del jazz. Quando frequentava l’Italia era un cane sciolto e quindi suonava con musicisti diversi. Tra i vari gruppi che ha avuto ce ne è stato uno dove ho suonato io, e con questo gruppo abbiamo girato parecchio in Europa oltre che a registrare con lui. Era comunque suonare con un musicista un po’ pazzo, non sapevi mai cosa accadeva quando saliva sul palco, se stava bene suonava bene e trattava i musicisti magnificamente; se stava male, quando era a corto di sostanze stupefacenti, diventava un po’ meno gradevole. Era uno alla continua ricerca di queste sostanze ma ci conviveva in maniera abbastanza serena, era un “professionista della tossicodipendenza” diciamo.

Luca l’ho conosciuto quando ancora era abbastanza giovane e suonava divinamente già da subito. La sua condizione psicologica è venuta fuori abbastanza alla fine e la situazione era peggiorata, aveva molti più problemi di quando l’ho conosciuto io e frequentava pochissimo l’ambiente del jazz. Quando è arrivata la notizia un po’ ce lo aspettavamo tutti. Un talento straordinario, riascoltandolo ora mi accorgo di quanto fosse forte, non si esprimeva a parole ma con la musica.
Un po’ come fai tu, anche suonando uno strumento prevalentemente ritmico. Cosa vuol dire suonare la batteria nel jazz?
Bisogna essere comunque musicisti a trecentosessanta gradi, pensare come qualsiasi altro musicista. La batteria è uno strumento di accompagnamento e che serve, così come il contrabbasso e a volte il pianoforte, a far suonare bene il gruppo. Quello che ho imparato da musicisti come Chet Baker è il rispetto per i solisti, quindi stare dietro quando c’è bisogno di stare dietro ed emergere all’interno di un concerto quando è il momento di avere il proprio spot.
Tu sei stato tante volte sideman nei tuoi gruppi e tante altre volte il leader. Qual è la differenza?
È più o meno la stessa cosa. Io sono stato un leader sin da subito, ho cominciato molto giovane a mettere su i primi gruppi e dischi e questa cosa negli anni mi ha perfezionato sempre di più. Quello che faccio ora è partire dall’ aver chiaro quello che sta succedendo all’interno del gruppo, di condurre la musica dove voglio che vada. Non è necessariamente legato al fattore solistico, è più che altro un grande lavoro sottotraccia.
Quali sono i batteristi, anche giovani, che secondo te hanno un futuro promettente?
Le nuove generazioni sono molto preparate in generale. L’unica cosa che posso dire di loro parlando di jazz in senso stretto è che forse hanno un po’ poca curiosità nello studio di questa musica. Ne conoscono una parte o dei periodi storici abbastanza limitati sia della tradizione che della musica moderna; invece questa musica è continua ricerca, è voler conoscere sempre di più. Il jazz si apprende attraverso le storie, i racconti di chi ci ha vissuto, le caratteristiche dei musicisti avendoli conosciuti. È insegnare e divulgare in maniera completa tutto quello che ha rappresentato questa musica.
Il tuo batterista del cuore?
Ce ne sono tanti. Elvin Jones, Philly Joe Jones, Tony Williams, Art Blakey. Poi ci sono tutta una serie di minori che minori non lo sono manco pe niente e che amo altrettanto. I due sui i quali mi sono soffermato di più durante i miei studi sono Elvin Jones e Tony Williams. Tony Williams è jazz moderno della fine degli anni ’60, invece Jones era un batterista unico e rivoluzionario, suonava in modo in cui nessuno suonava, come voglio suonare io.

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Roberto Gatto, uno dei batteristi più importanti è bravi della scena jazz italiana ha deciso di onorarci della sua presenza venerdì 30 agosto per l’Itria Jazz Contest a Martina Franca. Lui insieme a Mirko Signorile al piano, Gaetano Partipilo al sax e Giuseppe Bassi al contrabbasso ci hanno deliziato con del buon jazz, tanta passione e un pizzico di magia.
Il concerto è stato magnifico. L’interplay tra i quattro musicisti era tangibile, non c’era quasi bisogno di guardarsi per capire chi doveva fare cosa e quando, tutto fluiva naturale come se dovesse essere sempre stato così e non diversamente. La piazza davanti al Sagrato di San Martino era gremita di gente che si fermava rapita dalle note che uscivano dagli strumenti, quasi a voler stregare l’ascolto anche di chi magari il jazz non lo ha mai sentito. Un concerto meraviglioso, come meraviglioso è stato chiacchierare per un po’ (bugia, me lo sono altamente sequestrato) 😉 con Roberto Gatto. La batteria non è uno strumento facile soprattutto nel jazz, ma lui sa trarne delle sfumature come pochi sanno fare. Far cantare uno strumento ritmico non è da tutti. Lui ci riesce, e alla grande. Quello che più mi ha trasmesso però è la passione per questa musica, per il jazz. E non solo per piacere ma soprattutto perchè è musica che se non è sentita e vissuta da chi la suona difficilmente arriva a chi l’ascolta. E a me, quella sera, è arrivato tutto questo.

Federica Di Bari

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2 thoughts on “Roberto Gatto: la passione di fare jazz

    • Bella recensione 🙂 Ho ascoltato il perfect trio proprio a gennaio e devo dire che mi trovi quasi daccordo su tutto 🙂
      Torna presto qui su Salt Peanuts!
      Federica

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