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Focus on: Jazzit Fest, racconta l’inviato speciale di Salt Peanuts

IMG_0022Qui a Salt Peanuts non ci arrendiamo mai e anche quando non riesco io in prima persona ad essere presente ad eventi così importanti (non ne parliamo che solo al pensiero sto ancora male) abbiamo gli inviati speciali 🙂 E che inviato! Noto esperto di jazz della zona, non si sa come ma ha conosciuto quasi tutti i grandi e soprattutto possiede una collezione enorme tra vinili, cd e libri (e no solo di jazz) da fare invidia alla biblioteca nazionale (oltre che alla sottoscritta). Il mitico Agostino Convertino è stato in questi giorni al Jazzit Fest con l’etichetta Note Sonanti di Pasquale Mega. Ecco a voi le sue impressioni e mi ha promesso che presto ci parlerà anche di tutta la musica e i musicisti che lo hanno colpito. Il foglio bianco di Salt Peanuts lo aspetta!

Luciano Vanni e la sua JAZZit, rivista leader del jazz italiano, stavolta l’hanno fatta grossa anzi grossissima. La sola idea di concepire il numero zero di un festival a contributi pubblici zero, a kilometri zero, a impatto zero, e soprattutto a costo zero per gli appassionati è già sinonimo di follia perfino nell’Italia dei mille campanili e dei mille festival estivi di jazz foraggiati e sventolati come bandiere culturali da ogni amministrazione. Eppure, con l’aiuto di 100 giovani volontari da tutta Italia, ma soprattutto l’impegno corale dei 500 abitanti di uno strepitoso borgo medievale, il JAZZIT-FEST di Collescipoli (frazione di Terni) ha visto la luce anche grazie ad un altro “zero spaccato” che fa gridare al miracolo: 104 gruppi di jazz italiano intervenuti a ingaggio zero anche per farsi notare dalle dodici case discografiche presenti.
IMG_0008Sotto il profilo ambientale: una cosa mai vista (nonostante UmbriaJazz e Spoleto siano realtà vicinissime); anziane signore della “deepest Umbria” impegnate nell’happening antropologico degli gnocchetti alla collescipolana, serviti con un senso dell’ospitalità unico a centinaia di artisti e a migliaia di appassionati giunti da tutta Italia. Un paesino bello e tranquillo come un presepe messo a soqquadro da un’orda festante, rumorosissima, ordinatissima, pulitissima e bellissima da vedere. Non è un ossimoro ma la nascita di una nuova comunità nel Belpaese afflitto da vari tipi di crisi.
Sotto il profilo artistico e culturale: un livello medio incoraggiante per la continuità del jazz italiano che ha trovato nuova linfa, nuovi gusti e nuovi stimoli per raccogliere il testimone dei grandi interpreti che, per quanto ancora attualissimi e in alcuni casi anagraficamente giovani, hanno raggiunto una “stabilità artistica” che necessita di una scossa. Certo, l’universo-mondo del baby-jazz italiano deve fare i conti con la dimensione industriale della musica e con una crisi che taglia il fiato culturale di un’intera nazione, ma da che mondo è mondo il jazz di tutto il mondo è andato a braccetto con le difficoltà, figurarsi ora che rappresenta il diadema scintillante di un popolo “che le ha suonate a tutti ma proprio a tutti con il belcanto e continuerà a farlo col jazz…. (cit. Agostino Convertino, cioè me medesimo)”
Sotto il profilo organizzativo: una felicissima commistione di casini di varia natura, dai parcheggi al tutto esaurito delle strutture turistiche (Luciano Vanni santo subito), dalla mancanza di un bancomat (ma non c’erano bancarelle di gadget, non ci posso credere) all’ubicazione periferica delle case discografiche e delle conferenze sulla musica al secondo piano del bellissimo chiostro……. ed ancora, la concentrazione da 4 a 3 giorni della festa con l’innalzamento dello “start-up” dalle 17.30 alle 19.00 (ho assistito ad alcuni concerti spalmandomi l’abbronzante…..) potrebbero rappresentare ritocchi utili per le prossime edizioni. Ma il giudizio complessivo resta altamente positivo.

Agostino Convertino

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