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Focus on: Jazzit Fest part 2. Le note musicali di Agostino Convertino

IMG_0022Come promesso, il nostro inviato speciale Agostino Convertino ci ha scritto una panoramica su gli oltre 100 artisti che hanno colorato il Jazzit Fest. E’ inutile che mi dilunghi con ulterirori presentazioni, la sua bravura la conoscete già 🙂 Buona lettura!

Nato come evento open source, il JAZZIT-FEST ha vissuto anche una sua dimensione open content, sorta di azionariato artistico popolare tra appassionati, musicisti, direttori artistici e manager, case discografiche e case editrici che inchioda ciascuno alle proprie responsabilità da assumere nei confronti del jazz italiano.

All’indomani del successo, quando l’ultimo spot si è spento sulla jam session finale, Jazzit-Fest viaggia come un bosone sparato alla velocità della luce alla volta del bersaglio grosso ovvero i rapporti, ormai deteriorati, tra organizzatori/direttori artistici e SIAE, il bastione da conquistare per dare nuovo impulso all’industria culturale italiana. In attesa di vedere come andrà a finire, ci resta negli occhi e nelle orecchie il bellissimo festival che ha fotografato l’eccellente stato di salute del jazz italiano, cui riconosco il grandissimo merito di non aver scimmiottato il format, ormai omogeneizzato, delle rassegne del belpaese: centroquattro-concerti – centoquattro, che nemmeno la pioggia è riuscita a fermare, per disegnare una nuova tavola degli elementi del jazz italiano che, con Collisci-people, affianca al talento consolidato dei grandi la sfrontatezza delle nuove leve dell’italjazz da non considerare come macchine umane-interfaccia da conservatorio, anzi tutt’altro. E proprio per restare in tema ed appagare la curiosità di chi non c’era (e magari l’anno prossimo ci farà un pensierino….) posso fare outing sulle cose che mi sono piaciute al Fest.

IMG_0083Su tutti: Improvvisatore Involontario, ensemble nell’orbita dell’omonimo collettivo senza fini di lucro (!), mix tra giovani artisti e vecchie conoscenze , capitanato col piglio del veterano dal 21enne Francesco Nurra giunto da Sassari per la sua Conduction fatta di contaminazione tra jazz contemporaneo preordinato ed improvvisazione che a noi vecchie pantegane (sigh) ricorda tanto gli eroi del free jazz. La conduction si dipana attraverso la gestualità di Nurra che effettua una serie di stop&go da brivido (con la lingua ed il gonfiaggio/sgonfiaggio delle gote), prima alternando le varie sezioni dell’ensemble poi sparandole all’unisono; rare concessioni alla struttura alcuni passaggi poetici letti dagli smartphone (per una chiara simbologia di killeraggio comunicativo) da Nurra e Annalisa Pascai Saiu, artista praticamente totale (facciamo prima a dire quello che non fa…) che con le sue s-composizioni ha scandito l’intera esibizione. Una cosa fine, ma soprattutto diversa, rimasta incisa nelle impressioni del pubblico anche per l’insolita pressione sonora del contesto, ulteriore cifra distintiva dell’ensemble. Un esempio di come neanche l’impossibilità motoria (Francesco Nurra infatti è paraplegico) possa sconfiggere la voglia e la passione di fare jazz. Ma in generale il livello del Fest è stato altissimo, talvolta condito dal sale della novità per qualche progetto nuovo di zecca ed impreziosito da qualche pezzo dell’argenteria buona del jazz italiano (ndr, le star Ottaviano e Fornarelli). Di rango la performance della cantante Lisa Manosperti (con Roberto Ottaviano) che ha dovuto addomesticare un cliente difficile come Ornette Coleman ma riuscendo a trasferire per intero (con l’inserimento di suoi testi ed un uso bello e audace della voce) il colossale messaggio di questo musicista. Vincenzo Saetta, invece, mi ha impressionato soprattutto per il suo virtuosismo al sax soprano in un assolo dedicato ai grandi di questo strumento: beh, diciamocelo, ogni tanto una bella strazzata di sax di una decina di minuti non fa male, non è niente di nuovo ma almeno tira su il morale; e comunque il musicista sannita ha ottimo materiale originale che promette altre sonorità. Il concittadino Massimo Carrieri, pianista proveniente da territori altri che non il jazz, si è sentito subito a suo agio col suo trio ed ha convinto il pubblico esigente del Fest esprimendo le sue sonorità più tipiche con l’innesto di una bella sezione ritmica. Per il gusto ed il piacere del mio professore di jazz, il M° Pasquale Mega, a Collescipoli in veste di patron della casa discografica Note Sonanti, il pianoforte ha ricevuto visibilità ed un ruolo primario sui 5 palchi del Fest: Eugenio Macchia, che si è esibito nella pittoresca Chiesa dell’Addolorata ha confermato tutte le aspettative che il circuito del jazz italiano ripone in lui: una realtà gemmata in Puglia ma ormai pronta per il grande salto verso una visibilità più ampia e con margini di crescita notevolissimi, ci scommetterei sopra il mio ultimo euro. Raf Ferrari, ormai avvezzo alle belle platee, si è esibito in due stages diversi e in ambedue i casi ha fatto sfoggio del suo pianismo modernissimo ma velato di un’aura classica che lo rende inconfondibile. Non mi hanno impressionato i TriAd Vibration, sedicenti alfieri del tribal jazz italiano, per il semplice motivo che sono 25 anni buoni che il didjeridoo, una sorta di trombone aborigeno lungo quasi due metri che rappresenta l’attrattiva del gruppo, viene suonato da Zotora Nygard nella Global House di Oystein Sevag (tra l’altro, a meno di clamorose coincidenze, ampiamente “citato” nelle esecuzioni… si fa per dire… provare per credere, i miei dischi sono a disposizione). E per finire, l’originalissima performance di Attilio Berni collezionista di settemila sassofoni, coadiuvato da una specie di elegantissimo maggiordomo che gli passa gli strumenti, che ne suona decine in ogni spettacolo…. lo swing che esegue con la band è solo un espediente per raccontare la storia e gli aneddoti legati ad uno strumento giovane eppure così importante per il jazz, dalle origini ad oggi, ma perderlo è un peccato. A fronte di queste mie opinioni, strettamente personali e che escludono tanti musicisti e amici solo per ragioni di spazio, resta il piacere ed il gusto di ore ed ore di musica bellissima, vissuta in un contesto unico, fresca e profumata di futuro, che è l’unica direzione in cui può procedere il jazz italiano. Grazie dell’ospitalità alla padrona di casa Federica Di Bari.

Agostino Convertino

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