Interviste

Stefania Tallini: la delicatezza e la passione di suonare il piano

tallini 4Da cosa è nato Viceversa?
È nato dalla musica e “dal cuore”, che per me sono strettamente legati. Dalla musica, perché in questi più di tre anni dall’ultimo disco è successo qualcosa di importante nel mio rapporto con essa, di cui solo ora mi rendo conto: un movimento, una trasformazione, una maturazione che mi ha portata in direzioni estetiche che sento essersi definite sempre più. E dal cuore perché il mio vissuto musicale è sempre stato strettamente legato alle vicende della mia vita: ho passato quasi tre anni – per vari motivi – senza più riuscire a comporre e a volte vivendo l’orrenda sensazione che la mia musica potesse anche non tornare più… Così, nell’apparente vuoto creativo, ho studiato, ho approfondito, ho ascoltato le opere di altri autori per ritrovare ciò che avevo perso, cercando questo nutrimento nei mondi musicali che amavo: la musica classica, il jazz, la musica brasiliana. E senza che neanche me ne rendessi conto, da questo vissuto è tornata anche la mia, di musica: così, in punta di piedi, inaspettatamente. E con essa, dopo un po’, anche la certezza che era arrivato il momento di tornare in studio di registrazione.


Il legame con la musica brasiliana e in generale la sua cultura si sente molto forte. Da cosa è scaturito?
Direi che è scaturito innanzitutto da un amore adolescenziale per essa. Già a quattordici, quindici anni la ascoltavo, cogliendone tutta la sua malinconica dolcezza e sognando di andare un giorno in Brasile, con quella strana, inspiegabile nostalgia di un luogo in cui non ero mai stata… Nel tempo il mio amore per questa musica andava e tornava, più o meno forte e spesso in alternanza con la passione per il jazz e per la musica classica, che sempre hanno accompagnato la mia vita. Poi negli ultimi anni è tornato forte l’interesse per questo mondo, anche grazie alla mia collaborazione con il clarinettista Gabriele Mirabassi, grande cultore e conoscitore della MPB. Con lui il mio disco “Maresìa”, già tinto di colori sudamericani e anche la possibilità di conoscere Guinga, il grandissimo musicista brasiliano che poi ha partecipato al mio attuale “Viceversa”. Ma fortissimo è stato l’impatto con il Brasile, quando alla fine del 2008 ho realizzato il mio sogno di fare il mio primo viaggio in quella terra, che amavo senza saperne il motivo. Fu solo una conferma profonda, intensa, sorprendente, commovente di ciò che avevo sempre sentito e cercato. Il rapporto con quella musica da dentro e con il modo di viverla dei musicisti brasiliani ha cambiato la mia vita. Ora so che tutto ciò che di profondo cercavo artisticamente, l’ho trovato lì… E forse chissà, anche quella tenera nostalgia adolescenziale oggi ha trovato le sue risposte.
SovracopertaQuanto conta l’improvvisazione in Viceversa?
In generale oggi per me l’improvvisazione ha un valore totalmente diverso nella mia musica, rispetto al passato: prima la consideravo esclusivamente come il momento “necessario” da inserire in un brano, per dare risalto al solista, chiunque egli fosse, cogliendone quindi un aspetto più funzionale, che realmente creativo. Oggi vivo invece l’improvvisazione da compositrice, perché sento che essa nasce da un’esigenza di “forma”. Arnold Schönberg diceva che “la composizione è un’improvvisazione al rallentatore”. Parafrasando lui, vorrei dire che per me “l’improvvisazione è composizione”, non nel senso di una rinuncia all’estemporaneità, ovviamente, ma di dare ad essa una direzione coerente con la forma generale della musica. In “Viceversa” c’è improvvisazione in alcuni brani, ma altri sono stati scritti senza aver previsto uno spazio per essa, semplicemente perché la musica è andata in quella direzione ed io non ho fatto altro che seguirla. Ecco, sento che oggi improvvisazione e scrittura stanno insieme, fusi in un unico mondo musicale in cui sono naturali entrambi gli aspetti.
Mi piace molto il concetto di dare e avere che poni alla base di queste composizioni. È questo il pensiero di fondo che ti accompagna quando componi?
Questo è in realtà il principio che permea tutto “Viceversa”: un principio per cui mi sono posta sia come interprete che come compositrice, in uno scambio con Corrado Giuffredi – meraviglioso esecutore della mia musica – e con Guinga, interprete altrettanto emozionante di due mie composizioni, nonché autore di quattro brani del disco, da me suonati in duo con lui. Devo dire che questo “dare e avere”, come accennavo prima parlando del mio rapporto col Brasile, l’ho imparato proprio in quella terra lontana… È lì che ho scoperto quanto si possa avere artisticamente, mettendosi in rapporto con la musica degli altri. È chiaro che questo è un principio valido per la musica in sé e per il jazz, in particolare. Ma non so perché, questa cosa in realtà l’ho capita profondamente – “nel sangue” direi – solo attraverso il rapporto costante con la musica brasiliana d’autore, più che con il jazz. Anni fa ero molto più chiusa nel mio mondo musicale e non per presunzione, ma perché pensavo stupidamente che esprimere se stessi volesse dire cercare le risposte soprattutto dentro di sé. Certo, questo non escludeva l’ascolto e lo studio di ciò che amavo, ma forse a quel tempo non avevo ancora quella curiosità e quello stupore, necessari all’accrescimento della propria identità musicale (o almeno non erano così forti e maturi). Ecco, forse il dare-avere nella composizione in questi ultimi anni, risiede in questo passaggio importante della mia vita.
Nelle note di copertina parli di gerarchie estetiche. Le intendi anche per il jazz? Quali sono?
Ne parlo per dire di una storia che mi ha vista per molti anni mettere in competizione tra loro i tre generi musicali che mi hanno formata, quasi come se l’uno annullasse l’altro. Per questo vivevo lunghi periodi di amore per il jazz, per poi tornare alla musica classica, per poi ancora “riscoprire” quella brasiliana. Quindi sì, l’ho fatto anche per il jazz, inserendolo in quest’arida dinamica in cui non riuscivo a far convivere le diversità, né a farle dialogare tra loro. Ma oggi – ed è proprio il senso del disco – sento che queste gerarchie estetiche non esistono più, che ogni cosa ha ritrovato un suo posto dentro di me e che in realtà negli anni questi “luoghi” sono stati come vasi comunicanti che si sono nutriti l’uno dell’altro silenziosamente e laddove uno cresceva, l’altro si sviluppava allo stesso modo. Il tutto senza che me ne rendessi conto.
Cosa cerchi dal tuo pianoforte quando componi?
Cerco la sincerità, la cerco in me attraverso di esso. Cerco quel suono che corrisponda ad un sentire il più vero possibile, a ciò che dalla mia musica voglio che esca fuori. Il problema è che a volte è molto facile cadere nei cliché in ciò che uno sa già fare, in ciò che gli riesce facile o in quello che per brani scritti in precedenza ha già funzionato. Ma ciò che cerco e che pretendo da me è sempre di andare in quel “luogo” dove non sono mai stata prima, verso qualcosa che non conosco e che non ho mai conosciuto precedentemente.
Il primo tuo lavoro che ho ascoltato è “The Illusionist” e sono rimasta molto colpita dal tuo approccio delicato ma deciso al piano. È questa l’anima di Stefania Tallini, delicata ma decisa?
Direi di sì, corrisponde un po’ a come sono. Però forse la più vera, quella che vivo come più profondamente mia, è quella delicata, che in musica mi viene più naturale esprimere, mentre nella vita solo chi mi conosce più a fondo sa cogliere e sentire. Forse proprio perché la nascondo dietro l’altra anima, quella “decisa”, che fa sì parte di me allo stesso modo, ma che a volte – lo confesso – rappresenta anche un escamotage per ritrarmi e scappare dalla timidezza che in certe situazioni sento molto.
tallini 3Cosa vuol dire suonare in piano solo?
Vuol dire innanzitutto “paura”! Credo sia la cosa più difficile e bella per un pianista: sei totalmente messo a nudo, senza nessuna difesa, senza possibilità di nasconderti, ma allo stesso tempo sentendoti “protetto”. Il pianoforte che suono da quando avevo 4, 5 anni, è stato ed è – oggi più che mai – un “compagno di vita” che allora fu il mio giocattolo quotidiano e che negli anni è diventato il tramite per esprimere tutto ciò che sono. Ecco, nonostante la paura, il piano solo è per me la dimensione che più rappresenta questo mio intimo rapporto con la musica.
Tutti abbiamo un musicista che ci ha ispirato, che ci ha fatto dire da grande voglio essere come lui. Qual è il tuo?
Su tutti Bill Evans: per la profonda sensibilità, per il pianismo meraviglioso, per il suono, per l’integrità artistica, per la commozione che mi provoca. Questo per quanto riguarda il jazz. Nella musica classica, direi invece Chopin, secondo me il più grande compositore per pianoforte di tutti i tempi. E negli ultimi anni senza dubbio e più forte che mai Tom Jobim, per la musica brasiliana: genio assoluto della creazione musicale. Un tratto che li accomuna – oltre al profondo senso melodico e armonico della loro musica – è, secondo me, un aspetto più umano che definirei come un certo “struggimento”. Ecco, per me lo struggimento è una dimensione necessaria all’essere “umani”, oltre che artisti: non lo struggimento come dolore e sofferenza, ma come inquietudine, come ricerca, passione, nostalgia, desiderio di qualcosa di bello mai raggiunto e di qualcosa di sempre nuovo ancora da realizzare. E questo a volte dà quella particolarissima nostalgia, saudade, dolce malinconia che fa bene al cuore, alla musica, e – chissà – forse anche ai rapporti umani.
Quali sono i progetti di Stefania Tallini?
Il più importante per me è ovviamente la promozione del disco nei prossimi mesi, in concerti con Guinga e Corrado Giuffredi. Poi sto già lavorando da un po’ con la cantante Barbara Casini, conosciuta per essere considerata la maggiore interprete di musica brasiliana italiana. Con lei ho un progetto che s’intitola “Bate Boca”, dedicato in particolare alla musica di Edu Lobo, ma in cui in realtà amiamo inserire anche canzoni di Chico Buarque, Guinga, Vinicius de Moraes. Poi sto per cominciare a lavorare su due nuove idee appena nate: un trio di Jazz-Samba, in cui suonerò di nuovo – dopo tantissimo tempo – con la classica formazione piano, basso, batteria mettendo insieme le sonorità del trio jazz, con le ritmiche e i temi della musica brasiliana, sulla falsariga del famosissimo Zimbo Trio. Un progetto che realizzerò con il percussionista Stefano Rossini – grande conoscitore della Musica Popolare Brasiliana – e cn il contrabbassista Marco Loddo. Il secondo è un progetto in duo con Arturo Tallini, chitarrista dell’aerea colta- contemporanea (nonché mio fratello), dedicato ad autori del Sud-America come Villa Lobos, Ginastera, Nazareth… Sarà un percorso che mi riporterà allo studio di autori classici, che hanno però attinto alla musica popolare del loro paese. Quindi un connubio che mette insieme le nostre rispettive esperienze musicali, attraverso adattamenti e arrangiamenti di brani che farò per questo duo, con spazi dedicati anche all’improvvisazione, utili a legare un mondo sonoro all’altro. Sono progetti che mi stimolano molto e che sempre più sembrano confermare il discorso di prima sul fatto che oggi per me non esistono più quelle differenze di generi musicali, quelle gerarchie estetiche, quelle contraddizioni tra musica classica, jazz e brasiliana che ho vissuto per tanti anni… Ma in tutto questo la cosa certamente più importante per me, il fil rouge di tutta la mia vita musicale, è che altre nuove composizioni continuino a nascere sempre, perché questa è sicuramente la dimensione che sento necessaria ad esprimere la mia identità più profonda, non solo musicale.

Pianista eclettica, Stefania Tallini mi ha stupita ancora una volta dopo l’ascolto di Viceversa. Queste sono domande che con molta sfacciataggine le ho spedito via mail e lei con molta gentilezza mi ha risposto. Credo che da queste parole più che mai emerga la compositrice, la pianista, l’appassionata di musica, tutti gli aspetti che ci arrivano ascoltando la sua musica. Spero di sentirla presto dal vivo, sia per godere della sua musica viva che per ringraziarla di cuore per avermi fatto entrare nel suo piccolo grande mondo.

Federica Di Bari

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