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Focus on: Let’s get Lost, il documentario su Chet Baker

Let’s-Get-Lost-586x845“To celebrate this night we found each other, mm, let’s get lost
oh oh, let’s get lost”
Let’s get lost. Era il motto di Chet Baker, perdiamoci l’uno nell’altra, perdiamoci nella musica, perdiamoci. Bruce Weber così intitolò il suo documentario sulla grande star del cool jazz, Chet Baker, che morì un anno dopo le riprese. A dicembre ne è uscita una nuova versione in dvd con il documentario digitalizzato. La forza delle immagini, delle parole e della musica di Chet non ha perso di impatto. Ammetto io per prima che la storia raccontata in questo attento documentario mi ha colpita profondamente, insieme alla tromba di Chet che, come ben sapete, è la mia croce e la mia delizia 🙂

Il ritratto che ne esce da Let’s get lost non è diverso dall’idea che comunemente si ha di Chet, un musicista distratto, a cui piacciono le belle donne, viaggiare e soprattutto suonare e cantare quanto più possibile. Nel suo volto da anziano signore si possono contare tutte le rughe, che raccontano ognuna una storia diversa e sembra che Bruce Weber, con i suoi bellissimi primi piani, voglia ascoltarle tutte. Storie di vita vissuta si innestano su racconti in musica, accompagnati da immagini del presente. chet 2Chet che si accende una sigaretta dopo l’altra, che si nasconde dietro quei suoi alti zigomi e gli occhi profondi che conservano quella luce da furfante. Donne che si contendono il suo amore, la sua voce e le sue canzoni si mischiano al racconto dei quattro figli di Chet che parlano di un padre assente ma vivo nei ricordi come pochi lo possono essere. Tutto questo accompagnato dalle dolci e intense note della tromba di Chet. ” Un buon modo di vivere è trovare qualcosa che ti piace davvero. Poi imparare a farla meglio di chiunque altro. E non avrai mai problemi.” Così Chet si rivolge ai suoi figli, dando forse uno dei pochi consigli che si sia mai sentito di dare. Del resto, lui stesso si racconta attraverso scelte sbagliate, teatralizzazioni della sua stessa vita dove lui ne esce sempre come il bravo ragazzo di turno, poco capito dal mondo che lo circondava. E forse era così. Oppure era la sua bravura nel fingere, nel fare l’attore con quel visino angelico che ti poteva far credere anche che non era stato lui a comprare quella dose di eroina che lo aveva mandato dietro le sbarre, era capitata lì. Eppure quel sorriso non sparirà nemmeno dietro le sbarre di ferro, in quella famosa foto che lo ritrae più attraente che mai. Chet era così, ingannava tutti ma lo faceva con quella semplicità e ingenuità che ti ammaliava e anche se ti sentivi preso per i fondelli, ci facevi una risata su e la storia finiva li. Quello che più traspare dalle immagini di Let’s get lost è il suo travolgente amore per la musica. A lei Chet dice di aver dedicato la sua intera vita, amante ingannatrice che ti attrae tra le sue avvolgenti spira e non ti lascia più andare, mentre ti culla in una dolce melodia.

The smoke makes a stairway for you to descend;
You come to my arms, may this bliss never end
Awake or asleep, ev’ry mem’ry I’ll keep
Deep in a dream of you
Then from the ceiling, sweet music comes stealing;
We glide through a lover’s refrain, you’re so appealing
That I’m soon revealing my love for you over again.
My cigarette burns me, I wake with a start;
My hand isn’t hurt, but there’s pain in my heart
For we love anew just as we used to do
When I’m deep in a dream of you

La vita di Chet lungo la sua spirale di fumo è andata avanti fino al tragico 13 maggio del 1988, un anno dopo la fine delle riprese. Let’s get lost è un bellissimo documentario non solo perchè racconta di Chet, del suo modo di suonare o di vivere, ma racconta il modo in cui lui viveva la sua musica, come si fosse impadronita della sua vita e non lo lasciasse più andare. Errori, droghe, donne, soldi andati, tutto è servito per il suo unico amore che era il jazz. Alla fine del documentario Bruce Weber confessa a Chet di essere un po’ in pena e preoccupato per lui e Chet gli risponde che non deve, non è necessario: ” Ho 57 anni, non c’è nessun altro modo in cui possa vivere questi ultimi miei giorni, non so in che altro modo potrei viverla la mia vita se non così“. Per Chet non c’era nessun altro modo di vivere la sua vita se non con la musica e con lei soltanto. La passione che questo musicista ha messo in ogni singola nota era senza eguali. Forse è stata proprio quella a portarlo alla sua fine, alla distruzione interiore che vede nelle parole di rassegnazione e poi nel gesto estremo la sua sintesi. Ma la sua musica parla diversamente e lo fa ancora oggi, dopo 25 anni da quella tragica notte. Forse tutto questo è solo l’ennesimo inganno di un grande attore o forse ci culliamo in questa condizione perchè abbiamo un po’ paura degli effetti che il jazz, vissuto come Chet ha fatto, può avere su di noi. O più semplicemente, vogliamo che Chet suoni ancora una volta, una sola, My Funny Valentine, così da addormentarci tra le sue dolci note.

Federica Di Bari

chet

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