Focus on

Focus on: Bill Evans

bill-evans-65Mi secca quando la gente cerca di analizzare il jazz come se fosse un teorema intellettuale. Non lo è, è feeling“. Il feeling è qualcosa che può essere trasmesso solo se lo si prova, qualcosa che va al di là delle note, dell’interplay tra musicisti o dell’innovazione. Un pianista raffinato, confidenziale come pochi riesce a far si che sia il felling a parlare a chi lo ascolta, così da rederlo partecipe, persino protagonista della musica che sta suonando e creare quella magia che ti fa entrare in una dimensione che non è più la tua, ma quella della musica e diciamolo, è una dimensione dalla quale mai nessuno vuole uscire. Questo pianista può essere solamente Bill Evans.

William John “Bill” Evans sin da piccolo era circondato dalla musica e suona ad orecchio piano, violino e flauto lasciando poi gli ultimi due strumenti per dedicarsi interamente al pianoforte. La musica inizia così a diventare il suo mondo, che condivide con il fratello Harry al quale era profondamente legato. Ed è proprio il fratello che lo fa entrare nell’orchestrina della scuola e lì, quasi incosapevolmente, Bill inizia a fare jazz. Un saggio. È il turno di Tuxedo Junction. Bill ad un certo punto decide di inserire un paio di note blues. Niente spartito da seguire, niente direttore d’orchestra. Erano Bill, il piano e la voglia di sperimentare e di fare qualcosa che non rientrasse né in uno spartito né in un’idea ben definita di qualcosa. La voglia di fare jazz per Bill nasce così, spontanea. Inizia la sua avventura in conservatorio, alla scoperta di musicisti classici che facevano più jazz di quanto lui si aspettasse. Con il conservatorio arrivano i primi concerti e Bill sembra essere avviato verso una carriera da pianista classico. Ma dopo il diploma c’è la chiamata alle armi e Bill deve partire con l’esercito. Gli animi sensibili hanno un unico problema: non riescono ad accettare il male che c’è nel mondo. L’espereinza dell’esercito è traumatizzante e l’unica cosa che lo aiuta ad andare avanti è l’eroina. Bill inizia a farsi, cercando di alleviare il dolore e il senso di inadeguatezza, quello che può provare un pianista sensibile e creativo nell’esercito degli Stati Uniti. È l’inzio della sua lenta distruzione. Alla fine della ferma militare, Bill decide di dedicarsi solamente al jazz e viene chiamato dalle orchestre di Jerry Wald, Tony Scott e George Russell. Bill utilizza i pochi spazi che ha per i propri solo per esprimersi con tutto se stesso, è cosi pieno di energia che non aspetta altro che esprimere tutto il jazz che ha dentro. La Riverside si accorge di questo giovane pianista e decide di puntare su di lui, dandogli la possibilità di esprimersi come leader. Ed è in questo periodo, nel 1958 che Miles Davis decide che è il pianista giusto per questa “faccenda del modale”. imagesDavis ed Evans collaborano per tutti i pezzi di Kind of Blue, tanto da contendersi per lungo tempo la paternità di Blue in Green. Kind of Blue è un successo, con una tourneé che dura un anno. Ma Bill aveva bisogno di esprimersi in altro modo, aveva in mente un jazz diverso d quello fino ora suonato. Bill era alla ricerca del perfetto feeling tra lui e la sua musica, del perfetto interplay tra musicisti, in poche parole voleva far uscire il suo jazz per quello che voleva che fosse. È il 1959 quando Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian entrano in studio e ne esce il disco che ha rivoluzionato la storia del trio jazz, quello che ha dato le basi ad un nuovo modo di concepire il jazz e l’interplay: Portrait in Jazz. Tra i tre non c’era bisogna neanche di sguardi, sembrava si leggessero nella mente. Quando uno faceva un solo, l’altro sapeva come entrare e uscire dal tema, creando giochi espressivi di grande intensità e bellezza. Era un jazz di standard si, ma di standard mai suonati in quel modo. Sconvolgentemente bello. Bill_Evans--Portrait_In_JazzMa nel 1961 il giovane LaFaro muore di incidente d’auto e il primo trio così finisce il suo corso. Dopo di questo ci saranno ben altre quattro formazioni ma lo stesso Evans ha ammesso che nessuno è riuscito ad avere lo stesso feeling del primo trio. La morte inizia ad insinuarsi nella vita di Bill e da questo momento in poi non lo lascerà più, legandosi in maniera indissolubile. Ancora più indissolubilmente gli si lega l’eroina. Bill inizia a farne davvero un uso spropositato, è inseguito dagli spacciatori, molte volte gli staccano la linea telefonica per le bollette non pagate. Bill è sempre più irrascibile e chiuso in se stesso, persino la moglie Ellaine (tossicodipendente anche lei) cerca di farlo smettere in tutti modi, facendolo lei per prima, ma Bill non riesce a staccarsi dall’eroina, non ce la fa. Nel 1963 esce Conversation with Myself. In questo album ci sono tre pianoforti, tutti e tre suonati da Bill Evans.
Nel registrare le tracce ricordo che ascoltavo la prima mentre suonavo la seconda, e poi ascoltavo le prime due mentre eseguivo la terza. Si potrebbe osservare che in fondo è un solo cervello ad essere impegnatoin tutte e tre le esecuzioni, ma io penso che questo non sia del tutto vero
Coversation with Myself è il racconto che Bill Evans fa di stesso, del suo modo di intendere il piano, il jazz, la musica.

Quando suoni scopri una parte di te che non sapevi che esistesse. Cerco di dire qualcosa nel contesto della mia musica. E cerco di imparare come dirlo per mezzo di un linguaggio musicale comprensibile,il cui senso sia sempre più profondo

Il suo secondo trio con Chuck Israel al contrabbasso e alla batteria sempre Paul Motian lo porta in giro per l’Europa e per l’America. L’ 11 febbraio del 1966, prima del suo concerto alla Town Hall di New York, Bill riceve la notizia che il padre è morto. Indeciso se annullare il concerto o no, decide di farlo ugualmente ed esegue una suite sul momento: In memory of his father. Bill racconta il suo dolore in modo così intimo ma così connesso con il pubblico da non poter essere capito se non nel linguaggio della musica. In questa suite, dispiega tutte le sue conoscenze classiche, jazzistiche, il suo estro personale e la sua musica, unico mezzo attraverso il quale riesce a sentirsi in connessione con il mondo. Bill si racconta è vero, ma in maniera così intima che sembra impossibile che sia stata eseguita davanti ad un teatro pieno, eppure lo era. Da quel punto in poi la morte non lo lascerà più. Ormai l’amore con Ellaine era terminato e lei, consapevole di questo, decide di suicidarsi buttandosi sotto ad un treno e di li a breve anche l’amato fratello Harry si suiciderà. Preso orami dalla disperazione e dall’eroina, solo due barlumi di luce illumineranno la vita di Bill Evans: la nascita del figlio Evan dalla seconda moglie Nenette e l’amore della giovane ventiduenne Laurie. originalversionofLaurieLa vita di Bill è ormai in netta discesa, l’uso continuo dell’eroina sta lentamente uccidendo il suo corpo. Laurie è profondamente innamorata di Bill e da lui è amata tanto. Le dedica un brano che porta il suo nome e che Bill suona con passione in tutti i suoi concerti con il suo ultimo trio. E Laurie si dedica totalmente a questo uomo, che le chiedeva con estrema dolcezza e timidezza di rimanere con lui. E così fece, fino al 5 settembre del 1980, quando la sua epatite lo ha portato via.
Bill Evans non è mai andato via perchè la sua musica rimane ancora oggi il punto dal quale un pianista o qualunque musicista deve inizare se vuole capire cosa sia fare jazz. È il punto per chi (come la sottoscritta) decida di volersi dedicare allo studio del jazz, in tutti i suoi colori ed emozioni. È il punto dal quale il feeling inizia a parlare. E allora, che feeling sia.

Da ascoltare:

Miles Davis Quintet – Kind of Blue – Columbia Records
Bill Evans Trio – Portrait in Jazz – Riverside
Bill Evans Trio – Moon Beams – Riverside
Bill Evans Trio – How my heart sings – Riverside
Bill Evans – Conversation with Myself – Verve
Bill Evans Trio – Bill Evans at Town Hall – Verve
Bill Evans Trio – You Must Believe in Spring – Warner Bros

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Curiosità:
Laurie Verchomin ha scritto un libro, ancora non disponibile in italiano, su l’ultimo anno trascorso con Bill: The Big Love. Life and Death with Bill Evans. Anche se è un po’ ostico da leggere in lingua, vi consiglio caldamente di provarci perchè le parole di Laurie sono credo le uniche che siano riuscite ad arrivare a quello che è l’amore e la vita di Bill Evans.

Federica Di Bari

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2 thoughts on “Focus on: Bill Evans

    • Grazie a te per aver saputo cogliere, qualche anno, l’essenza della musica jazz … dalla quale poi non si torna più indietro. Complimenti per il Focus, molto bello. Ciao

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