Interviste

Marcello Piras: alla riscoperta delle radici del jazz

IMG_8608Perchè ha scelto di studiare e ricercare proprio il jazz?
Non è una cosa che si sceglie in realtà. Il jazz era in casa sin da quando ero bambino. A Roma fino alla Liberazione il jazz è stato una cosa più o meno clandestina, non come molti credono per via della dittatura fascista ma fondamentalmente per via del Concordato. Di conseguenza era noto soltanto a pochissime persone e a certi ambienti riservati che erano o molto di regime o molto di opposizione. Quelli di regime perchè avevano dei privilegi che il popolino non aveva e quelli di opposizione sapevano cose che gli altri non sapevano. Nella mia famiglia avevo un ramo di un tipo e dall’altro erano di un altro tipo quindi li avevo entrambi! Mia madre era amica d’infanzia di alcune delle persone che furono tra i pionieri della rinascita del jazz dopo il ’44, per cui io nacqui in questa casa e trovai già i dischi.


Cos’è il jazz per Marcello Piras?
Per molti anni, gli anni in cui ho lavorato in Italia, è stato un po’ una causa per la quale battersi. Poi girando il mondo, vivendo negli Stati Uniti ho sviluppato la mia ricerca musicologica in altre direzioni. È diventato un terreno di studio/ricerca che ha i suoi problemi specifici. Problema numero uno è il carico di leggende. È un po’ come quando gli archeologi a Roma studiano l’età monarchica e quindi si misurano con i 7 re di Roma e tutti i racconti leggendari e devono verificare quanto di questi racconti corrisponde al ritrovamento archeologico e quanto è inventato. Nel caso del jazz c’è un po’ lo stesso problema. Si è formata subito una leggenda e io sto assumendo delle posizioni piuttosto impegnative nel combattere queste leggende.
In un analisi musicale l’armonia, il suono armonico fa da padrone. Il ritmo viene indicato solamente come punto di partenza. In uno stile come il jazz che ha come punto di forza quello di avere un ritmo debole, in levare, cosa significa il ritmo e soprattutto avere ritmo?
Il jazz ha una combinazione di caratteristiche che è peculiare perchè ciascuna di queste caratteristiche si trova anche altrove, tutte insieme non si trovano da nessun’altra parte. E questo è proprio uno dei motivi per il quale la sua nascita è avvolta nelle leggende perchè è una nascita complicata, è il risultato di influenze di culture diverse che sono distanti fra loro anche migliaia di chilometri. In realtà la prima caratteristica fondamentale del ritmo nel jazz non è tanto la sincope, neanche l’accentazione in levare è così primaria perchè sono caratteristiche che si sono sviluppate nel tempo. Fondamentale, come in tutta l’Africa subsaahriana, è la continuità della spinta ritmica che non si può interrompere. Se si interrompe anche solo per una frazione di secondo, la gente comincia a guardarsi la punta delle scarpe, perde il contatto con il messaggio musicale. E questa è la cosa più difficle da far capire agli europei.
IMG_8606Il linguaggio dell’improvvisazione è il linguaggio jazzistico, ma è in generale il linguaggio della musica. Quanto però il jazz ha innovato e portato avanti l’improvvisazione?
In realtà quando il jazz è apparso ha portato con se la risorgenza dell’improvvisazione. Questo perchè la musica europea durante il Romanticismo l’aveva quasi completamente bandita, relegandola solamente ad alcuni virtuosi, in particolare agli organisti. Ma l’improvvisazione era stata una pratica normalmente usata in musica anche in Europa fino a tutto il ‘700, l’ultimo erede di questa pratica è stato Paganini. Perchè si era persa, perchè si era spostata da sud a nord verso la Germania, verso quel posto dove quello che è scritto lo prendono alla lettera. La predominanza culturale della Germania nell’800, in tutti i campi, ha fatto si che loro raccontassero la storia della musica come pareva a loro, mettendo se stessi al centro. In realtà questo pregiudizio è stato aggravato dal fatto che il jazz è venuto fuori dagli Stati Uniti, che sono una ex colonia inglese e quindi un satellite del mondo culturale germanico. Ma gli Stati Uniti hanno ricevuto le pratiche del jazz da Cuba, che era un’ex colonia spagnola. La Spagna ha ricevuto le pratiche comuni dell’improvvisazione del Barocco e del classicismo dall’Italia che era il suo modello e vi è tutta una storia dei musicisti del sud Italia, che era una colonia spagnola, che sono andati in Spagna e poi nelle Americhe, i quali hanno probabilmente più importanza in tutto questo di quanto non si sia pensato fino ad oggi. Un caso si verifica proprio a Città del Messico, dove nella metà del ‘700 è maestro di cappella della cattedrale un musicista pugliese che in italiano si chiama Ignazio Gerusalemme, nato a Lecce, che spazza lo stile barocco portando quello classico. Lo stile classico ha questa magrezza e semplicità nella scrittura che veniva rimpolpata nella pratica con l’improvvisazione. La centralità che Città del Messico ha nelle colonie spagnole, probabilmente esercitò un’influenza anche a Cuba. Sta di fatto che a Cuba a inizio ‘800 noi troviamo che la prassi dell’improvvisazione è conservata in ambito di danze sincopate. Probabilmente questo anello che è stato fin’ora ignorato, spiega molto meglio come ritroviamo questi caratteri nel jazz. Ma questa è una storia della musica che non passa per la Germania, quindi è una storia della musica disorientante e io mi aspetto molta contraerea.
Un grande compositore italiano, morto purtroppo quasi un anno fa, Giorgio Gaslini, aveva teorizzato l’idea di Musica Totale, una musica che nasce per l’uomo dall’uomo, transtorica e senza distinzioni di genere alcuno. Era un’idea del ’64. Quanto è attuale e applicabile ora?
In realtà è sempre stata attuale. Gaslini tentò di spezzare le categorizzazioni che trovò nell’ambiente musicale italiano, ma se noi risaliamo alle origini di cui abbiamo parlato prima quelle categorizzazioni non c’erano e quindi si tratta di una verità universale.
Con l’avvento di nuovi sistemi di comunicazione anche il modo di distribuire la musica è cambiato. Alcuni musicisti, nei loro ultimi concerti, l’album a fine serata lo vendono in formato chiavetta USB. Quanto ne risente la qualità della musica?
È un grosso problema perchè siamo in un epoca un po’ di crisi, non solo perchè si è digitalizzato tutto ma è una crisi più generalizzata. Stiamo consumando invenzioni che si sono fatte nel XX secolo e che sono sorte con una velocità tale che non sono state digerite. La verità è che il XX secolo ha bruciato rapidissimamente una serie di idee, alcune delle quali devono ancora arrivare a miliardi di persone che magari hanno iniziato ora il XX secolo. In questo momento siamo in una fase in cui gli ultimi stanno rincorrendo i primi e quindi c’è molto modo di proporre delle novità.
In che direzione sta andando il jazz adesso?
Credo che sia fermo, per tutte le ragioni che ho detto.
Quali sono i suoi musicisti preferiti?
I miei sforzi di ricerca si sono concentrati negli ultimi anni su alcuni musicisti. Uno è Scott Joplin, di cui sto cominciando a mostrare una faccia completamente sconosciuta. Ho pubblicato due saggi in inglese che mostrano un personaggio davvero diverso da quello che si conosce. L’altro è Duke Ellington e proprio poche settimane fa è uscito un mio saggio in un volume in Inghilterra “The Duke Ellington companion” per la Cambridge University Press in cui inquadro il problema del descrittivismo in Ellington, una cosa che trova forte resistenza nel mondo anglosassone. E adesso sono proprio concentrato su un musicista messicano, che faceva il maestro di cappella a Puebla, sul quale sto facendo delle ricerche che stanno portano a risultati affascinanti.

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Raccontare il jazz. Questo era il titolo della conferenza, anzi, lectio magistralis, di Marcello Piras, nella mia città: Martina Franca. Organizzata da Antonella Chionna e Agostino Convertino, appoggiati dall’Assessore alla Cultura Antonio Scialpi. Raccontare il jazz è difficile e credo che questo blog ne sia la prova. Un calendoscopio dalle mille sfaccettature, il jazz è pieno di miti, di leggende, di storie narrate o raccontate in prima persona. Un musicologo deve andare oltre tutto questo, capire la realtà dalla finzione e dare vita alla storia. È quello che sta cercando di fare Marcello Piras. L’intervista che gli ho fatto (vi confesso molto emozionante e soprattutto io ero emozionata) racchiunde un po’ tutto il filo conduttore di quello che è stato il suo racconto del jazz, dei miti da sfatare, come quello dei campi di cotone e delle sue radici. Una nuova storia rivoluzionaria che il professor Piras ha promesso di iniziare a scrivere presto e che noi attendiamo con ansia. Nel frattempo, il 9 maggio uscirà Dentro le note. Il jazz al microscopio per Arcana Jazz, una raccolta di tutti gli articoli che Piras scrisse per Musica Jazz tra il 1983 e il 1995 più un inedito, che sono un po’ le basi, le singole storie raccolte per la costruzione della nuova storia della musica. Perchè è da li che si parte, dalle singole storie. Un po’ come quelle di questo blog, tante piccole arachidi che riempiono questo mio, vostro Salt Peanuts.

autografo piras

PS: si, il libro il maestro Piras lo ha portato a Martina alla conferenza e si, io ne ho una copia autografata 😛

Federica Di Bari

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