Focus on/Interviste

Focus on: Il jazz italiano per L’Aquila

telefono 1Era il 6 settembre 2015, le 8 di mattina e io mi trovavo sul treno in direzione Bari. Lì mi attendeva il mio caro amico Matteo, insieme saremmo andati in quella che per un giorno sarebbe stata la capitale del jazz italiano. Oltre 600 musicisti, 101 concerti in 20 postazioni: Il jazz italiano per L’Aquila. Erano le 8 di mattina e da quel treno è iniziato il viaggio di Salt Peanuts per l’evento dell’anno.

Arrivare all’Aquila non è facile, tutte le alternative prevedevano almeno due cambi tra treni e pullman e orari impossibili. La soluzione migliore per non perdere troppi concerti era la macchina. Così io e Matteo siamo partiti alle 8 e mezza (il tempo di arrivare io dalla mia città a Bari), già carichi di emozioni e di panini per la giornata che ci aspettava. Cosa mi avrebbe riservato quella città? Un saliscendi di emozioni affioravano ogni volta che leggevo i nomi sul programma e avere il dono dell’ubiquità non sarebbe stato per niente male.
L’Aquila è una ferita aperta, non solo nel cuore degli aquilani. La bellezza di questa città arroccata negli appennini ti colpisce se la guardi da lontano, mentre percorri la statale. Ma arrivati i cantieri, le gru e le case puntellate si imprimono nel tuo sguardo. E poi la casa dello studente, tetro scheletro di una notte da incubo, con le porte antipanico verdi che mettevano in comunicazione i corridoi dei ragazzi esposte alla vista e una tetra macchinetta del caffè che fa capolino da una porta aperta del terzo piano. L’Aquila è questo, una grande ferita aperta dalla quale lacrime sgorgano incondizionate. Lacrime e sudore degli aquilani, che si impegnano giorno dopo giorno a ricostruirla pezzo per pezzo. “È la prima volta che viene all’Aquila?” “Si è la prima volta” rispondo con il sorriso. “E cosa ne pensa?” “Penso che nonostante i cantieri e le crepe che salgono e scendono dai muri sia una città bellissima. Voglio tornare a visitarla con più calma.” “Torni, torni qui da noi signorina. L’Aquila è bellissima anche così, ma doveva vederla prima“. Era più o meno questa la conversazione che avevo con tutti quelli del posto con cui parlavo, tutti gentili e disponibili ad indicare la strada più breve per raggiungere la postazione verso la quale stavo correndo per non perdermi l’inizio del prossimo concerto.
telefono 3Nelle salite e discese della città ti perdevi, un po’ per le strade ferite e un po’ per il jazz che ne aveva invaso ogni centimetro tra artisti, musica e persone. Pieno di tutto, pieno di vita, pieno di jazz. La danza vorticosa di musicisti che correvano verso la propria postazione ma che si fermavano a salutare amici che non vedevano da tempo e gente che smarrita chiedeva indicazioni mi ha stregata per i primi cinque minuti. Mi sono fermata nel centro dell’incrocio tra corso vittorio e via umberto, ho chiuso gli occhi e ho respirato a pieni polmoni quell’aria. Penso che il sapore fosse diverso, pieno di note, pieno di felicità. Una sensazione incredibile. Pochi secondi persa nel jazz e mi son rituffata a capofitto nelle strade, inseguendo il primo concerto della mia lunga giornata: Enrico Zanisi in piano solo nella chiesa di San Bernardino. Arrivo tardi, ascolto giusto gli ultimi due pezzi ma mi bastano. Zanisi è così, etereo ad ogni tocco e vibrante. La scelta della location per i piano solo è stata perfetta, la chiesa di San Bernardino aveva come palcoscenico il centro della navata e un cerchio di persone lo circondava, respirando ogni volta che Enrico respirava, a stretto contatto con il suo piano. Pura magia.
Scappo in Largo Tunisia da Enrico Intra e il suo trio con gli Aires Tango di Girotto nelle mie orecchie e dietro le mie spalle. Incontri gente per strada, amici che non vedevi da tempo, musicisti con cui scambi due chiacchiere sull’ultimo album. telefono 2Se non inciampi nei FunkOff, nella Funky Jazz Orchestra di Berchidda o nella Roman Dixieland Few Stars! Non sai come ma all’improvviso ti ritrovavi a ballare con un’intera orchestra che ti travolgeva con la sua animosità e felicità. E magicamente ti trovavi alla tua postazione (un po’ difficoltoso riconoscerle, solo alcune avevano il numero vicino al palco. Ma dopo un po’ il senso dell’orientamento ha iniziato a funzionare!). “Suonerò questa nota per tutto il concerto, starà a voi capire come“. IMG_8819Uno scoppiettante Enrico Intra ci accoglie a Largo Tunisia e per mezz’ora suona seguendo la sua Improvvisazione altra e noi seguivamo lui e la sua nota magica. L’ultimo brano mascherato da bis chiesto a gran voce e l’esecuzione di un pezzo composto durante la notte. Saluto Intra con un sorriso e un grande grazie e corro nel parco del castello. C’era un amico che mi aspettava. Entro nel parco e il mio orecchio riconosce Autumn Leaves. Istintivamente vado verso di lei e mi ritrovo a metri e metri di distanza Carlo Actis Dato che dalla Cannoniera della fortezza spagnola sparava dal suo sax note su note su note. IMG_8827Rimango incantata da come quel pifferaio magico riuscisse con la forza della sua voce e il suo sax ad attirare tanti topolini verso di lui. Quel giorno era così, il jazz ti chiamava da ogni angolo e tu, vorticosamente giravi tra essa. Ma lo lascio quasi subito, Stefano Onorati con i ragazzi del conservatorio di Rovigo era nel parco del castello a pochi passi da me che parlava con Marco Tamburini. IMG_8829No, non sono uscita matta ma credetemi, parlava con lui. Semplicemente suonando e suonando con il cuore in mano. La bellezza di questo evento è anche in questo, ha fatto parlare nuovamente tanti amici con Marco, in un certo qual modo lo abbiamo salutato. E non c’era miglior modo di salutarlo se non suonando con e per lui, dicendogli grazie per tutto il jazz che ci ha regalato e per la sua amicizia (vero Connie? 🙂 ). Quindi, grazie Marco e un grosso grosso abbraccio, ovunque tu sia con la tua tromba.
E corro di nuovo (correre è stato l’elemento distintivo di quella giornata, oltre il jazz ovviamente), c’era Stefano Battaglia nella chiesa di San Bernardino, lui e il suo pianoforte. Correndo inciampo in un gruppo folto di bambini che incantati e felici seguivano i musicisti mentre suonavano. Apro velocemente il programma e scopro che quello era un vero e proprio spazio dedicato ai bambini, un’idea geniale! Rido contenta, pensando che davanti a me c’era la nuova generazione del jazz che mi sorrideva. IMG_8833Arrivo in basilica e Battaglia fa un’improvvisazione lunga mezz’ora piena di tante e tante cose che forse non basterebbe tutto Salt Peanuts per raccontarle! Il suo tocco unico ci ha trasportati nel suo mondo pieno di colori e di emozioni. Un piano solo da pelle d’oca. Ma il tempo quel giorno era davvero tiranno, erano già le 18.30 e io non sapevo come. Salutato velocemente Stefano Battaglia, io e Matteo (si ad un certo punto ci siamo ricongiunti) siamo volati sulla scalinata dove si stava per riunire un quintetto storico: quello di Paolo Fresu. Lì ho capito il titolo coniato da Repubblica per questo evento: la Woodstock del jazz. IMG_8845La scalinata era completamente piena e altre centinaia di persone erano arrampicate su i costoni di terra che cingevano le scale. Un unico cuore pulsante, in levare. Il Paolo Fresu Quintet ha radunato tutti, tutti che all’unisono portavano il tempo con il piede o con le mani, tutti che all’unisono ascoltavano la loro musica, misto di esperienza e innovazione. Insomma, uno di quei concerti che può solamente lasciarti senza parole.
In marcia, nuovamente, nelle strade piene di gente e di musica. Andando in piazza duomo da un lato senti Antonello Salis e la sua fisarmonica e più avanti la Funky Jazz Orchestra che mette in moto tutti. IMG_8846Ti fermi a parlare con qualche amico, con i giornalisti del Jazzit e chiedi del prossimo numero. Il jazz era nell’aria, in ogni respiro, in ogni movimento. Sembrava che tutti andassero in levare, tutti a tempo di swing. Erano le 20.00 e noi eravamo in Piazza Duomo per il concerto finale. Un po’ scomodamente per terra ma il palco ne è valsa completamente la pena. IMG_8854L’orchestra dei Giovani Talenti ha stupito e divertito, e la carrellata del miglior jazz italiano è inziata. Partendo dalle origini dell’orchestra fino ad arrivare agli spazi sonori discutibili di Gianluca Petrella. Enrico Rava con il suo “New Quartet“, il piano solo di Enrico Pieranunzi, il Doctor 3 con Gino Paoli (mi sto ancora chiedendo il perchè Gino Paoli fosse li, su quel palco pieno del passato, del presente e del futuro del jazz italiano ma ancora non sono riuscita a darmi una risposta), Rita Marcotulli e Maria Pia De Vito che con la loro dolcezza e grande bravura sono subito entrate nel cuore di tutti e il piano solo di Franco D’Andrea e che piano solo!IMG_8868

La mia emozione de Il jazz italiano per L’Aquila non riesco a descriverla a pieno e sono sicura che un evento così non mi capiterà mai più. Si respirava jazz ad ogni angolo, ne eri completamente pervaso senza nemmeno rendertene conto. L’idea di comunità che dava, di questa invasione pacifica per le strade dell’Aquila come una grande famiglia che si incontrava per la riunione annuale. Perchè di ri-unione si trattava: musicisti e appassionati che si scambiavano idee e opinioni su questo o quel lavoro. Una giornata intera di jazz, puro e semplice.

A termine di questa incredibile giornata ho incontrato il suo organizzatore, Paolo Fresu e gli ho fatto qualche domanda:

Come hai avuto l’idea di portare tutto il jazz italiano qui all’Aquila?
L’idea è nata da una telefonata del ministro Franceschini che mi ha chiesto di fare qualcosa per L’Aquila. Ovviamente non immaginava che potessimo mettere in piedi una cosa così speciale, però quando lui me lo ha detto ho pensato che Il jazz italiano per L’Aquila voleva dire portare IL jazz italiano. Quindi dovevano esserci tutti gli stili, i repertori, le gerarchie, le età ecc utilizzando tutti gli spazi della città perchè l’idea era quella di invadere pacificamente L’Aquila facendo così respirare e suonare tutti i luoghi.
IMG_8853Come hai contattato tutti i musicisti?
Contattare i musicisti in realtà è stato molto facile perchè tutti quelli che ho coinvolto mi hanno detto subito di si, fatto salvo quelli che magari avevano degli impegni improrogabili. È stato un po’ un cruccio quello di non aver potuto invitare tutti i musicisti italiani ma siamo tanti per cui se avessi lanciato il messaggio a tutti, tutti avrebbero detto di si e io poi avrei dovuto scegliere. Per cui siamo partiti con un processo inverso: abbiamo individuato delle figure e poi da lì pian piano abbiamo capito che ci servivano le big band, le scuole, i conservatori, lo spazio per i bambini ecc e a 600 ci siamo fermati perchè una città collassata come L’Aquila non poteva contenerne di più.
Che emozioni ti ha restituito questa giornata?
È stato difficile mettere in piedi tutta la struttura organizzativa di un evento che si consumava in 12 ore quindi bisognava essere perfetti nelle confluenze dei musicisti che arrivavano da tutta Italia, negli impianti, nei tempi. Alla fine devo dire che ha filato tutto liscio, oltre la grande partecipazione di pubblico che è andata oltre le nostre aspettative. È una grande emozione quella che provo stasera perchè questa idea che la musica possa mettere insieme le persone, possa contribuire ad una causa così grande, possa anche raccontare quello che è il nostro jazz e lo abbia fatto in modo così semplice e coinvolgente è stato davvero bellissimo. Da questa cosa penso che ne nasceranno altre perchè quello che è successo oggi è un po’ un piccolo miracolo anche di comunione con i festival jazz italiani che si sono messi a disposizione per organizzare i palchi, i musicisti che finalmente dialogano con i direttori artistici dei festival, c’è stata una nuova forma di collaborazione che finora nel jazz non c’è mai stata quindi credo che questa giornata al di là del suo risultato che è molto importante, lascierà comunque un segno per le cose future. Penso che questa giornata sarà impossibile da ripetersi, sta a noi adesso sviluppare quello che questa giornata ci ha insegnato e cercheremo di farlo nel migliore dei modi.
Il 6 settembre per me è stato un vortice di emozioni, di felicità. Non so se sono riuscita a restituirlo a pieno nel mio Salt Peanuts ma ci ho provato. L’idea di comunione con il resto dell’Italia nel festeggiare quello che è il nostro jazz, il nostro modo di viverlo e amarlo mi ha commosso, dal profondo e questa giornata avrà un posto speciale nel mio cuore.
E il mio, il nostro jazz, ancora una volta, ha guarito tutti da una grande ferita o almeno ci ha provato. A me ha dato la carica per fare e pensare tante nuove cose. Perchè è questa la magia per chi come noi vive il jazz a pieno nella propria vita, la magia di fare tante cose e non sentrine il peso. La magia di fare centinaia di chilometri con il sorriso. La magia di stare più di venti ore in piedi. La magia di ascoltare e ascoltare tante formazioni diverse e tanti musicisti bravi. La magia di incontrare nuovi amici e di reincontrarne di vecchi. La magia di stare tutti insieme in una piccola città, invaderla ruomorosamente e farla rivivere. Una magia che solo il jazz può restituire.

Devo dei grossi grazie per questa giornata. Il primo al mio compagno d’avventura Matteo, che impavido peggio di me ha scovato musicisti su musicisti facendosi firmare mezza discografia (ed è immensa credetemi). È stato il compagno ideale per quella giornata e non posso che ringraziarlo immensamente. Ringrazio Guido Gaito, gentile e disponibile come sempre, che mi ha permesso di parlare con Paolo Fresu. E il grazie più grande va al jazz e a tutti i jazzisti presenti quel giorno, che come sempre, non smettono mai di stupirmi e incantarmi.

Federica Di Bari

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