Focus on

Focus on: Keith Jarrett in piano solo

2015-12-03 09.47.55Il vuoto, quell’attimo prima che tutto cominci, quell’attimo in cui tu percepisci che qualcosa sta per cambiare ma non sei ancora pronto. Quindi silenzio, nulla, vuoto. Irreale.
Eppure si è venuto a creare da solo. Nel teatro dell’Opera di Firenze il 23 novembre 2015 spontaneamente si venivano a creare momenti di silenzio, di vuoto. La preparazione di una sala di 1800 persone che in silenzio attendeva l’arrivo di Mr Keith Jarrett. Un pianoforte, anch’esso vuoto, lo attendeva, attendeva le sue mani e le note che da esse sarebbero scaturite.
Attesa e vuoto, così è iniziato il concerto in piano solo di Keith Jarrett.

Poi di seguito, le luci si sono spente e un occhio di bue ha illuminato un corridoio. Appare Jarrett, si inchina, ringrazia, raccoglie il vuoto con il quale avevo giocato nella sua attesa e lo trascina sui tasti del suo inseparabile Steinway gran coda. “Ho suonato pianoforti Steinway sin da bambino” – dice Jarrett in un’intervista – “Non ricordo il primo che ho suonato, ma con il passare degli anni ho capito che solo un piano Steinway da quella consistenza ai suoni che fa si che io possa plasmare i miei pensieri attraverso esso”. Accadeva esattamente questo, plasmava i suoi pensieri in suoni. Chi va ad un concerto di Jarrett sa bene che assiste spesso ad una libera e totale improvvisazione, ma non riesce ad immaginare cosa voglia dire. Un insieme di lingue e dialetti, messi insieme nel corso del tempo e delle esperienze, unite al proprio modo di vedere il mondo e di raccontarlo. Tutto a ritmo di blues. Si alza, si scusa. Fa freddo, c’è uno spiffero di aria fredda sul palco e arriva giusto sulle mani. Va dagli organizzatori per risolvere. Ritorna. Fa sempre freddo. “Adesso lui mi riscalderà” dice, indicando il pianoforte. E via con un nuovo pezzo del mondo di Jarrett, una ballad o più semplicemente un pezzo di sé stesso. Un piano solo di Jarrett è un flusso di coscienza in jazz. Di una bellezza rara.
Si alza di nuovo, è nervoso, continua a far freddo, perde la concentrazione. Suona altri due pezzi ed è intervallo.
Un altro stacco, un altro momento, ma senza silenzio.
E poi inizia la seconda parte.

Ecco no, non mi faccia foto.” – dice Jarrett ad un avventore in seconda fila, che, da bravo sciocco temerario, tenta di fotografarlo mentre lui parla al microfono. D’altronde si sa, non vuole foto durante il suo concerto, ma non c’è peggior sciocco di chi vuol fare il furbo – “Vedete, per persone come lui ci vorrebbe molto più blues al mondo, si. Io non capisco, potreste farmi milioni e milioni di foto e io potrei morire il giorno dopo e cosa vi rimarrebbe? La foto? È quello che sto facendo qui adesso che deve rimanervi, non la mia immagine. Io lo so, i giornali non scrivono più della mia musica, scrivono solo che io ai concerti non voglio foto, non voglio che si tossisca, ecc. Vedete, se fosse per me adesso potrei tranquillamente andar via, ma suono. Suono perché penso alle generazioni future che hanno bisogno di questa musica.
Sembra a noi banale che quello che in realtà rimane è la musica, eppure cosi straordinario, tanto da pretendere la ripetitività nell’avviso. La predizione di Jarrett è stata giusta, i giornali il giorno dopo parlavano di Keith Jarrett che si alzava ripetutamente per l’aria condizionata, di Keith Jarrett che aveva fatto distribuire dei foglietti all’ingresso dove veniva specificato di non tossire e non fare foto su sua richiesta. Eccetera.
Ma in quella sala, quella sera si stava realizzando una magia senza pari. La magia della pura improvvisazione jazzistica di un uomo con il suo pianoforte. Era una dichiarazione d’amore continua, una battaglia contro le insidie dei tasti, contro l’irrazionale paura di aver parlato in una lingua barbara e che nessuno ti riesca a comprendere ma anche la consapevolezza di star creando una musica totale, totalmente espressione del proprio pensiero, del proprio esserci. Era l’improvvisazione più viva, vera e nuova che io abbia mai sentito. Finisce la ballad e a me scendono le lacrime. Keith si alza, ringrazia e va via. Poi torna, due bis e ci saluta definitivamente. Stanco, un po’ provato dall’aver suonato un’ora e mezza con il suo fidato Steinway, veicolo sonoro dei suoi pensieri musicali.
Credetemi non è facile descrivervi il concerto in piano solo di Jarrett, anzi, è impossibile. Perché è impossibile dirvi cosa ha suonato, musica improvvisata su temi che non c’erano e su tempi senza metronomo. Perché semplicemente è impossibile raccontare la creazione silenziosa di un’opera d’arte. Bisogna assistervi per capirla.
Ad esservi sincera, ho avuto l’impressione (cosa confermata da amici presenti) che non fosse molto ispirato. Ma tal è, era per la prima volta che ascoltavo Keith Jarrett dal vivo e fino ad adesso non ho mai sentito nulla di simile, di altrettanto bello, di altrettanto emozionante.
Sentire Keith Jarrett in piano solo è un’esperienza che tutti noi, amici di Salt Peanuts, dovremmo fare almeno una volta nella vita. Consideratela come la La Mecca del jazz: non puoi ritenerti un vero jazzista o appassionato di tale genere se non hai ascoltato almeno una volta nella vita Keith Jarrett dal vivo! 😊

Federica Di Bari

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