Interviste

Stefano Bollani: alla ricerca della musica che non c’è

Alfredo Falvo/Contrasto

Alfredo Falvo/Contrasto

Stefano Bollani. Pianista eccelso, musicista di grande bravura, divulgatore seguito più del meno noto jazzista Peter Angela. La sua versione di Super Quark, Sostiene Bollani, è stata seguita da milioni di persone. Ma lei voleva fare il cantante e quindi ecco Arrivano gli alieni. Ma dopo il suo ascolto, se permette, una domanda sorge spontanea: qual è questo unico comandamento che ci lasciano nuovamente gli alieni per evitare il putiferio?
Esistono solo risposte corrette. Qualsiasi comandamento vi venga in mente. Io ho in mente il mio, ma non voglio imporlo, appunto, come fecero gli alieni precedenti che ce ne hanno dati addirittura dieci..!

Scorrendo l’indice del suo ultimo libro Il monello, il guru, l’alchimista e altre storie di musicisti e associando gli epiteti ai musicisti ne esce un magma attivo di autori vecchi e nuovi che prevaricano le barriere del tempo e mettono in relazione i vari modi di fare musica. È questo il mondo di Bollani?
E perchè no? Tempo e spazio sono una delle più tenaci illusioni che ci portiamo appresso. E un’ altra è che siamo tutti disperatamente diversi. Nel libro il tentativo è quello di tenere insieme personaggi che vivono in epoche differenti e che sembrano molto lontani fra loro.

Secondo lei ogni singolo suono assume un valore in relazione allo strumento, all’altro che suona e al pubblico? In questo, secondo lei, il linguaggio del jazz non ha un canale preferenziale?
Il jazz, o meglio l’ improvvisazione, è un canale meraviglioso da utilizzare perchè la musica viene creata nel presente, di fronte al pubblico. Non è stata “precotta” a casa. Accade sul momento. Dunque accade grazie alla interazione fra strumento, strumentista, pubblico, teatro e tanto altro.

Il suo rapporto con i linguaggi dell’arte è a 360 gradi, avendo la musica e il modo jazzista di affrontarli sempre come leitmotiv. Gnosi delle fanfole o La Regina Dada sono esempi di come lei riesca a sfruttare tutti i tipi di linguaggi lasciando alla musica sempre un ruolo da protagonista. Secondo lei la musica rimane sempre il linguaggio più immediato? E perché?
Sia un discorso musicale che un discorso fatto a parole vengono percepiti dal ricevente in maniera molto personale. Insomma, ognuno ci legge quello che vuole. Abbiamo la strana idea che con le parole ci si chiarisca meglio quando invece (e l’ episodio della torre di Babele è lì a ricordarcelo) creano zizzania.

Alfredo Falvo/Contrasto

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Il suo lavoro decennale con il Danish Trio le ha permesso di approfondire le sonorità del trio e soprattutto le ha dato l’opportunità di capire come ampliarle. Joy in spite of everything ne è la dimostrazione perché al trio si sono aggiunti il sax di Turner e la chitarra di Frisell. Allo stesso modo si ritrova la stessa ricercatezza in Sheik Yer Zappa o Storm in the Water. Quale idea insegue ogni volta che deve iniziare un nuovo progetto?
Inseguo una mia curiosità; di solito voglio sapere che tipo di musica verrà fuori mettendo insieme certi ingredienti (musicisti o note o atmosfere). E per scoprirlo devo realizzare il progetto, non c’è un altro modo. In pratica, mi vien voglia di sentire una cosa che non c’è dunque la creo.

Il jazz continua a crescere perché ingloba nuovi linguaggi mantenendo il proprio. È d’accordo con questa visione o secondo lei il jazz va verso altri modi d’essere?
Il jazz è un linguaggio, dunque spesso ingloba musiche e mode ma continua ad utilizzarle per esprimere altro, per dare una visione più concreta e palpabile di un concetto astratto.

Uno dei suoi primi maestri di piano è stato Luca Flores. Qual è il ricordo più bello che ha di Flores e cosa porta con sé di questo grande jazzista italiano?
Luca parlava poco, molto poco. Ma suonava tanto. Ricordo la prima lezione – avevo 12 anni – perchè mi suonò Au privave di Charlie Parker tre volte svolgendo il tema in maniera diversa ogni volta e io non capivo; pensavo si fosse preparato tre versioni differenti per stupire. Non capivo come fosse possibile “improvvisare” e mi ha fatto venire una voglia matta di scoprire a quali leggi oscure stesse obbedendo il suo cervello nel buttare giù tutti quegli accordi al volo.

Di cosa è in cerca ora Stefano Bollani? Quali suoni o aspetti di essi la attendono ora?
Adesso mi dedico a La Regina Dada, perchè fra marzo ed aprile saremo in tour nei teatri. E’ una esperienza nuova, perchè Valentina Cenni ed io stiamo costruendo lo spettacolo passin passetto.

Salt Peanuts è nato per chi, come la sottoscritta, vive il jazz nella sua pienezza cercando di coglierne i significati o più semplicemente godendoselo. E chi meglio di lei rappresenta questo concetto. C’è una domanda di rito con la quale chiudo le interviste e la rivolgo anche a lei: chi è il musicista che l’ha inspirata sin da piccolo e grazie al quale ha iniziato ad ascoltare jazz?
Facile: Renato Carosone.

Alfredo Falvo/Contrasto

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Un jazzista la Rhapsody in Blue la sa a memoria, dalla prima all’ultima nota. Quando la si ascolta, ci sono dei passaggi che ci si aspetta di sentire, come il glissando iniziale del clarinetto ad esempio. Ma ieri sera, al Mandela Forum a Firenze con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Zubin Metha non c’era un jazzista qualsiasi ad eseguire la Rhapsody, c’era Stefano Bollani.
La Rhapsody ha preso vita tra i tasti del pianoforte in maniera totalmente diversa eppure nota all’orecchio. I giochi con i temi, i cambi tempo, tutto ruotava attorno alla Rhapsody in un turbinio di colori e di suoni. Tutto ha acquisito un nuovo colore, come una tela di un soggetto di Monet, uguale e diversa allo stesso tempo.
L’intervista che vedete qui sopra è frutto di uno scambio epistolare, il tempo nella realtà purtroppo non è lo stesso della musica. Giusto il tempo di un breve saluto dopo il concerto, di una foto e di un grande grazie.

Federica Di Bari

Alfredo Falvo/Contrasto

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