Recensioni

No Prohibition Unit, Roberto “Zizzi” Zanetti 4et

fronte copertinaAtmosfere che solo chi ha avuto una cabaret card nella vita può ricordare, la 52esima affollata di musicisti, ballerine e persone festanti che uscivano dal Three Deuces e entravano al Birdland per sentire Parker nell’ultimo set. Se è questa l’atmosfera che vi manca e che non vi stanca mai, No prohibition unit del Roberto “Zizzi” Zanetti 4et è l’album giusto.


Raccontare la storia non è così facile come può sembrare, devi arricchire di particolare senza lasciare che il proprio modo di vedere le cose influenzi il racconto. No prohibition unit riesce in questo intento, riportandoci negli anni d’oro del jazz a New York, insieme a Monk, Parker, seduti con loro in quei piccoli club pieni di bebop e di bourbon. Il linguaggio jazzistico usato in ogni brano è quello del jazz degli anni ’40/50 tra il modale e il tonale, ma non è solo un utilizzo a livello tecnico, bensì è un appropiarsi di quel modo di fare musica e renderlo proprio. Il risultato è quello di un ascolto coinvolgente in ogni brano, come coinvolgente è l’interplay tra i musicisti. In particolare No prohibition unit è un brano molto descrittivo, in grado di far sentire quasi lo scalpitio dei passi in una strada affollata di New York a tarda sera. Intesa e seducente invece la ballad Bloody Mary, quasi sognante. In un vorticoso turbinio di emozioni si arriva al crollo della borsa di Wall Street e alla fine di quell’era d’oro che era stata si del jazz ma anche degli Stati Uniti in generale.
No prohibition unit è un album di grande tessitura, un omaggio insolito alla bellezza delle radici di questo mondo che è il jazz. La bellezza di questo album risiede tutta nei temi, originalmente antichi. L’interplay del quartetto è ben amalgamato e fa in modo che le singole voci degli strumenti si riescano a distinguere fermo restando che il suono che arriva a chi ascolta è uno.
Roberto “Zizzi” Zanetti ritorna a impressionarci dopo Minor Time esplorando un terreno che sembra appartenere a tutti i jazzisti ma che Zanetti ha fatto suo in maniera diversa. Un tuffo nel vorticoso e emozionante mondo del jazz, con un Bloody Mary in mano.

Federica Di Bari

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